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TALKING HEADS

Immagini cinematiche e sculture cinematografiche – Francesco Poli

Daniel Glaser e Magdalena Kunz lavorano da anni, con lucida e visionaria determinazione, all’invenzione di un mondo senza più coordinate definite, destabilizzato e inquietante, carico di tensioni stranianti e immerso in dimensioni spaziali e temporali sospese e sfaccettate. E un mondo all’incrocio fra finzione virtuale e realtà fra simulazione mediatica e esperienza non mediata. In una prima fase, allucinata e in parte apocalittica, la ricerca si sviluppa attraverso grandi quadri fotografici costruiti con ben studiati collage digitali, e con una sofisticata tecnica kinematica da un lento movimento interno di fusione e sovrapposizione di immagini. Si tratta della monumentale trilogia High and Low (2000-2005), composta da Flying High, Babelsberg e Overnight, tre cicli di lavori che sono allo stesso tempo indipendenti e concatenati fra loro. Ogni ciclo è completato anche da un’installazione oggettuale.

Riguardo a questa trilogia Mirja Lanz ha scritto: “La presenza umana è comune a tutti e tre i cicli di High and Low”.

E c’è sempre qualcosa in queste persone che sembra sfuggire al controllo. In Babelsberg (il cui nome emblematico fa riferimento a quello dei famosi studi cinematografici di Berlino) figure anarchiche rovesciano la loro stessa messa in scena. In Flying viene contraddetta la legge della gravità, e sembra valere solamente il credo del film La haine, “Jusqu’ici tout va bien”. E in Overnight, la più narrativa delle tre serie, i simboli del potere cadono alle luci dell’alba, dopo una festa. Ma in High and Low l’interazione umana ha un aspetto particolare: la dinamica effettiva risulta disintegrata. In effetti noi vediamo solo individui isolati dato che ognuno di essi è stato fotografato singolarmente nello studio e successivamente inserito nell’insieme della composizione come in un collage. Una realtà virtuale artificiale giustapposta all’intenso lavoro personale degli artisti con i loro modelli. Questo spiega la strana atmosfera che emanano queste scene. Gli attori hanno una loro forte identità autonoma che persiste al di là della messa in scena complessiva. Accanto alla rappresentazione dei personaggi, l’elaborazione delle immagini basata sulle potenzialità della fotografia digitale è Ia costante più cospicua in tutti i cicli.

Uno scenario apocalittico, un volo senza peso o una pista d’atterraggio piena di persone al tramonto: “ciò che appare non è certo che sia ciò che pensiamo possa essere.”

Nella seconda fase della loro ricerca, quella attualmente in progresso, continua ad essere presente una condizione di straniante spaesamento dei personaggi che anche quando sono in gruppo sono chiusi nella loro inesorabile solitudine e vivono in uno stato di alienazione riflessiva. Ma qui gli aspetti più visionari e surreali, che esplodevano nella tridimensionalità virtuale, lasciano il posto a temi e problematiche con più dirette implicazioni sociali, politiche, culturali e esistenziali che entrano in gioco nella raffinata e concettuale drammaturgia teatrale delle installazioni attraverso la messa in scene di figure parlanti, costituite da sculture-manichini variamente abbigliate, il cui volto animato con particolari dispositivi di videoproiezione.

Questi personaggi, definiti Talking Heads, sono presenze allo stesso tempo fisiche e virtuali, mobili e immobili, il che crea uno sconcertante e affascinante effetto per chi li guarda e li ascolta. Le Talking Heads, ci spiegano Glaser/Kunz, sono sculture rese vitali per mezzo di videoproiezioni. Oltre alla interazione fra videoproiezioni e sculture, utilizzano come vestiti e elementi di contorno vari materiali veri. A prima vista i visitatori hanno l’impressione che ciò che vedono sia una performance reale. Tale impressione è generata dalla proiezione di video (con volti che parlano) sui calchi tridimensionali delle teste. L’artificio tecnico produce un’illusione fantasmatica e piuttosto realistica. Ma dopo un po’, I’osservatore si rende conto del “trucco” (e questo é previsto dagli artisti) e Ia visione assume valenze più problematiche. La discrepanza fra realtà e finzione, I’impatto fisico dell’esibizione, il contrappunto della recitazione, tutto ciò determina una tensione che mette radicalmente in crisi e sovverte le convenzioni. Le “teste parlanti” innescano una situazione che ci coinvolge profondamente e ci fa riflettere sull’ambiguità della relazione fra astrazione dell’arte e realtà della vita. Nelle prime opere del 2007 l’installazione ambientale è più raccolta e intimistica e i protagonisti sono figure singole. In Drehbuch (sceneggiatura) ci troviamo davanti a un tipo, avvolto in una coperta, seduto vicino a un tavolino pieno di fogli scritti che svolazzano anche per aria. Nella penombra di questa stanzetta l’uomo, un attore teatrale, come sospeso in un angosciante vuoto di senso, formula in continuazione delle domande enigmatiche rivolte al pubblico ipotetico e anche a se stesso: “Dove sono?”, “E tu chi sei?”, “Cosa si deve fare?” e cose del genere.

In questo lavoro, dove non mancano riferimenti a Pirandello e a Beckett (molto amato da Glaser/Kunz ), l’alienante e assurda performance teatrale (o prove di uno spettacolo che mai andrà in scena) è metafora della condizione stessa dell’uomo sui bordi estremi della solitudine esistenziale.

Su una analoga lunghezza d’onda, ma in un’altra dimensione ancora più straniata e inquietante, si situa Kind.

Qui vediamo un bambino sdraiato, coperto di fogli di carte e con la testa appoggiata su della paglia, Ia stessa che fuoriesce da una vicina cassa di legno semiaperta che sul coperchio ha la scritta “Kind Fragile”. II bambino pronuncia delle parole lamentose, come se si chiedesse quale sarà il suo destino, ora che è stato messo fuori dal suo contenitore.

Sempre dello stesso anno a l’ ironico e sorprendente Autoportrait. Si tratta effettivamente del doppio autoritratto degli artisti che in effigie (quasi degli avatar alieni) si trovano seduti dentro una vera automobile, con i finestrini semiaperti in modo che si posse sentire il loro dialogo strampalato. L’opera, mobile per definizione, è stata collocata (sarebbe meglio dire parcheggiata) in vari posti per strada, e ogni volta ha prodotto nei passanti che guardavano delle reazioni molto forti: dalla curiosità alla paura, dall’inquietudine alla fascinazione, dall’incredulità al divertimento. Decisamente spiazzante (con un effetto trompe l’oeil che è andato forse anche oltre le aspettative degli autori) anche Ia performance mobile di un altro sorprendente lavoro, Jonathan (2009). II personaggio è un cinquantenne su una sedia a rotelle con una gamba e le due braccia ingessate. E’, presumibilmente, un collezionista che parla ininterrottamente al telefonino di artisti, gallerie, mostre, acquisti, vendite, prezzi d’asta. Ed è per questo che i risultati più eclatanti ci sono stati quando il lavoro, spinto da un “accompagnatore”, è stato portato nelle fiere, tra cui Art Basel, dove è stato scambiato dalla maggioranza del pubblico e anche dai guardiani per un vero visitatore.

Nel 2008 Glaser/Kunz hanno soggiornato, come artisti in residenza, a Città del Capo, dove hanno lavorato alla realizzazione di una serie di tre installazioni intitolate Voices, la più importante con sei figure: seduti e avvolti in scure coperte per ripararsi dal freddo, i protagonisti, sei poeti di strada, parlano della loro esistenza, delle loro speranze a paure, pongono domande senza risposta sulle più gravi questioni sociali e politiche del loro paese.

Un’altra opera, Performance (2009), è formata da un gruppo di donne e uomini travestiti da gorilla e seduti in mezzo a pile di vecchi pneumatici. Le maschere scimmiesche sono posate a lato e le teste parlanti spuntano nitide e livide tra il pelame e stanno facendo le prove di una grottesca e singolare pièce sullo stato del mondo. Soprattutto nei lavori dove sono in scena gruppi, il gioco degli sguardi e delle espressioni così come le voci diverse che si alternano in monologhi e si confrontano in dialoghi sconnessi e improbabili, producono un effetto complessivo di spaesante espressività scenica che coinvolge progressivamente in modo sempre più intenso lo spettatore immergendolo in un’atmosfera irreale e ammaliante. L’ultimo progetto di Glaser/Kunz, come sempre molto impegnativo e impegnato, si intitola House of Homeless ed è stato elaborato durante il loro soggiorno a New York. L’installazione maggiore prevede la messa in scena di circa venti personaggi vestiti di stracci, coperte, carta stagnola e con ricoveri precari fatti di cartone. Questi individui non rappresentano soltanto una reale tragica condizione di vita di moltissimi emarginati, ma sono anche un simbolo della precarietà dell’esistenza in generale. Sono gente senza casa, nomadi disperati, ma anche filosofi che riflettono nei loro discorsi sui grandi interrogativi della vita. Le questioni che si pongono, dicono gli artisti, riguardano l’isolamento e l’insicurezza di vivere in situazione di marginalità, ma essi difendono anche l’indipendenza spirituale, la libertà individuate e, in un senso figurato, la “homelessness”. I personaggi, che rappresentano differenti culture e percorsi di vita, sono divisi in gruppi: i loro discorsi e riflessioni affrontano le problematiche più concrete e poi quelle più filosofiche per arrivare a un insieme indistinto e fluttuante di voci che si carica di melanconiche e affascinanti valenze fino a una sorta di epica fusione comunitaria che rimanda al sogno utopico di un’umanità unita nell’ armonia totale. In conclusione si puo dire che il particolare mix di video, scultura e teatro di tune queste installazioni con le talking heads funziona in modo esteticamente molto interessante attraverso tre fasi: al primo impatto l’osservatore può pensare che si tratti di vere persone: poi, subito dopo, si accorge dell’artificio tecnico; e infine, e questo è il bello, si dimentica della finzione e entra in pieno nel mondo problematico e poetico costruito dagli artisti. Ed è così che funziona la buona arte.

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