Piero Fogliati: l’iconauta – Marisa Vescovo
Il lavoro di Piero Fogliati – dagli anni Sessanta ad oggi- è riconducibile a quel filo rosso della sua ricerca che si identifica nella Città Fantastica (potrebbe anche essere Torino, oppure una qualsiasi città del mondo), segno pulsante di un’utopia magica, e, per ora, forse impossibile, che è tutta racchiusa nelle opere legate alla luce, legate al suono, e in tutto il corpus dei sensazionali e visionari disegni (visibili al Centre Cultural Francais). Il disegno è infatti per Fogliati un mano vitale per fissare, in un lampo di immagine figurativa, l’essudazione di un’immagine visionaria, rielaborata a più riprese e risolta in sintesi di pensiero e di forma. Darà poi vita all’opera tridimensionale, un mezzo trasparente per mostrare i suoi processi mentali, che si inverano in toto nelle sue ricerche poetico-estetiche. Sono molte le opere che, in questa esemplificano il lungo e intenso lavoro sul tema della luce, che comunque inerisce sempre al progetto dello spazio vivente della città. Opere come lo Svolazzatore Cromoctinglante (1967), Prisma Meccanico (1967), Reale Virtuale (1993), ci mostrano come la luce, nel suo acromatico splendore, esprima l’allontanamento, il suo distanziarsi dalla grave materialità della terra; il colore segna invece l’avvicinamento, la ridiscesa verso l’umano, cui variabile gamma affettiva si fa espressione e simbolo. E talora sia la luce che il colore sembrano però voler evadere dalle griglie ordinatrici della scienza. Se la luce è castità, e implica l’elevazione come distacco a lontananza – una sorta di oltremondo -, il colore è invece sensualità, coinvolgimento e contaminazione. Lo Svolazzatore, ad esempio, ci dà la misura degli esiti molto raggiunti dall’artista: abbiamo infatti la sensazione di veder volare meravigliose farfalle, radiose di colore, che si inseguono come falene innamorate di una lampada. Anche le ampolle da alchimista di Reale Virtuale, per mezzo della luce bianchissima che attraversa il vetro, vivono il raddoppiamento virtuale della piccola elica sospesa all’interno. L’immagine che nasce ci conduce verso una riflessione mistico poetica, per cui il divenire interiore rispecchia il nostro vedere interiore.
La luce di Fogliati è soprattutto vitalità, un alone magnetico, un dato fisico, un elemento spirituale soggettivizzato, una condizione atmosferica in ebollizione, una condizionepercettiva inalienabile, senza la quale non esisterebbe nemmeno l’opera. Altri lavori come Latomie (1968), Ermeneuti(1968), Dittero a una chela, (1995), Euritmie evoluenti (1970), Fleximofoni (1967), ci propongono Fogliati come il messaggero (e non possiamo non ricordare la lezione di Cage) dell’opera che possiede una voce-suono, ma, allo stesso tempo, anche come esegeta dell’anti-musica o musica liquida, liberazione di lutto quanto essa aveva eliminato in quanto scoria e impurità. In particolare del Liquimofono l’artista ha scritto: “è l’unico strumento che offre una timbrica manovrabile e utilizzabile come un basso continuo. I risonatori sono tutti in alpacca curvata e saldata a stagno con diverse tonalità date dalla forma e dal liquido inseriti nell’interno”. Ci permette dunque l’ascolto di un linguaggio sconosciuto, portatore di un messaggio che viene da lontano, mentre il silenzio che intervalla questi suoni si trasforma in un silenzio musicale. Le opere di Fogliati sono concepite come strumenti/macchina – oggetti senza una loro identità estetica forte, ma in compenso nemmeno casuali, perchè costruiti dall’autore, con grande passione, pezzo per pezzo, dalla vite all’interruttore – dai quali fuoriescono fasci luminosi di grande fascino, oppure suoni, che sollecitano a esplorare la molteplicità delle relazioni che si possono recepire captando sia il loro flusso virtuale che vitale. Esse sono però, prima di tutto, uno spazio di scorrimento veloce che dalla memoria del vissuto dell’artista si proietta verso il progetto dello spazio pulsante e caotico della metropoli della sua fantasia, ancora indomita, ma in virtù della quale passato e futuro rompono le barriere che li dividono, e fluiscono intrecciati dentro e oltre il presente.