Pas de Trois – Marisa Vescovo
Viviamo in mezzo a profittatori incalliti di un’anticultura aumentata di pseudo-scienza, diffusa con cinismo nella distratta e affannata società d’oggi, che non ha abbastanza tempo, e voglia, per soppesare verità e menzogna, argomenti concreti e fandonie, e fa un doveroso melange tra bianco e nero, tra dimostrato e indimostrabile, fra realtà e fantasia, più o meno travestita. L’approdo è di un grigiore desolante, ma nel suo grembo prolifico, qualsiasi cosa, anche la più assurda e infondata, trova una giustificazione.
Nella nascita della società post-moderna un ruolo determinante è determinato dai mass-media e dalle nuove tecnologie; questi ultimi caratterizzano questa società non come una società trasparente, più consapevole di sé, più illuminata, ma, al contrario, come una società più complessa, persino caotica; tuttavia è proprio in questo relativo caos che risiedono, talora, le nostre speranze di emancipazione. È importante notare come buona parte dell’estetica moderna sia legata alla vita di questo nostro Novecento, che – come dice Mario Perniola -“conduce l’esperienza estetica al gioco, rifacendosi a Kant, quale aveva dimostrato la vicinanza tra il giudizio estetico e il gioco dei pensieri, ma soprattutto a Schiller, che aveva “cimentato con acutezza la funzione educatrice dell’istinto del gioco; la dimensione ludica è la manifestazione per eccellenza di “quella finalità senza la rappresentazione di un fine che costituisce l’essenza dell’esperienza artistica”.
In questo secolo impossibile troviamo l’esaltazione della vita intesa come genesi della creatività, e nello stesso tempo, di un desiderio ineludibile di libertà, una libertà che è sempre stata presente nel pensiero anarchico.
Freud stesso ha dimostrato che il contrario della vita non è la morte, e neppure l’inanimato, bensì la realtà: egi ha infatti chiarito come l’antagonismo tra le pulsioni vitali, ancorate nell’inconscio verso la soddisfazione del piacere (che è conoscenza), sia in netta contraddizione con le repressioni che ci vengono imposte dalla nostra contemporaneità, la quale boccia ciò che non è in accordo con la colpevole malinconia della società dello spettacolo. A partire da tutto questo molti artisti hanno iniziato a vedere nella vita presente una forza non sopprimibile, capace di vincere i lacci mortali del potere e l’oppressione delle pulsioni sessuali, considerando l’esplosione all’esterno dell’energia biopsichica come condizione della nostra salute mentale e della gioia dell’esistenza.
Il principale obiettivo dei movimenti che sono nati negli anni Sessanta è stato quello di creare un’opposizione alla mercificazione estetica, e su questo terreno lo sperimentalismo letterario, ottico-visivo, tecnologico, musicale, teatrale hanno trovato, storicamente, il loro punto di congiunzione. Il rapporto col mercato, è stato – ed è ancora – uno dei problemi cruciali della creatività non omologata, che si era allora presentata con tutto il suo peso, sconvolgendo spesso il delicato sistema di valori che essa tentava, con sottile intelligenza, di esprimere.
La mostra Pas de trois, allestita alla Gas Art Gallery e al Centre Culturel Francais (dove sono esposti progetti e opere), parte dalla precisa consapevolezza che il pericolo che mina la sopravvivenza dell’arte sia chiuso in quanto abbiamo sopra esposto e intende quindi portare in scena non artefatti conclusi, perché vuol essere essa stessa un processo cosmogonico in fieri, bensì opere che contengano il germe dell’apertura ad altro, così da prefigurare per noi un mondo diverso da quello esistente.
Oggi, negli ambienti più addomesticati, gran parte dei paesaggi naturali e architettonici sono soprattutto segnaletici, sonori, e li guardiamo come il triste risultato di artefatti umani. L’ibridazione è dunque una costante nella storia del genere umano e dell’arte, di solito espressa nell’ambito di un progetto, legato talora a considerazioni utilitaristiche, talora, invece, volta a opzioni ideologiche, umanitarie, e, infine, artistiche.
Se subìta, violenta, e troppo rapida, l’ibridazione, quando è culturale, si trasforma in deculturazione, perdita dei vecchi riferimenti, non sostituiti da altri.
Si tagliano così le connessioni vitali che, una volta perdute, “lasciano i singoli sprovvisti dei fondamentali meccanismi di protezione e, potremmo dire, di riproduzione della propria identità e del senso della propria appartenenza senza che nuovi dispositivi siano peraltro già operanti” (R. Beneduce). Forse lo sgomento che in alcuni suscita l’Idea di ibridazione – l’ibridazione normale è, al contrario, una strategia virtuosa di chi vuole esplorare nuove possibilità In ambienti evolutivi – nasce, in parte, dall’angoscia da Ibridazione con il non-organico, sempre più pervicacemente imposta a tutti coloro che vivono nei paesi ad alto sviluppo tecnologico.
Non è facile rispondere all’interrogativo sulla responsabilità morale che si è posto Hans Jonas, uno dei primi e più influenti pensatori della bioetica, portata in primo piano come la manifestazione più significativa del bisogno di ancorare le trasformazioni tecnico-scientifiche ai valori della condizione umana, di mantenerle radicate nell’ordine degli affetti e della sensibilità, e infine di suggerire che, più dell’adattamento, sono l’empatia, l’apertura all’altro, Il riconoscimento reciproco a sostenere il nostro rapporto con l’ambiente. In tali questioni sono in gioco valori ideali, orientamenti di fondo che coinvolgono da vicino molti artisti e pensatori, i quali chiedono di tornare a ripensare nel profondo i momenti fondamentali dell’essere e della vita, nella prospettiva di una partecipazione responsabile al proprio presente. Un altro importante aspetto che la mostra vorrebbe evidenziare è la tendenza dei tre artisti, definibile in senso lato post-umanistica, ad aprirsi a manipolazioni ibridanti tra organico e macchinico, rigettando quindi la dicotomia occidentale tra naturale e artificiale, mentre tutti e tre non rinunciano ad esercitare un ruolo attivo nell’arte, mettendo in scena il problema percettivo, il rapporto fondamentale occhio-cervello, senza il quale l’opera non avrebbe senso e presenza. Fogliati crede che l’ambiente di oggi abbia trasformato l’uomo in un cittadino terminale, che si sposta fisicamente solo con protesi-macchina, azzerando gli orizzonti dell’immaginario collettivo, la memoria dei luoghi del quotidiano, e creando confusione tra vicino e lontano, dentro e fuori. Tutto ciò dà il via a una metamorfosi, che, in questo alienante contesto, l’artista immagina come un Auditorium a rumore, un labirinto di luci, ambienti che, come spugne, assorbono il rumore della città e lo modificano armonicamente; pensa quindi di inserire nel paesaggio sculture sonore, dispositivi che trasformano i venti in sculture, magari da installare in cima alle colline, o, indifferentemente, sui grattacieli. Sculture non visibili ma fruibili tattilmente, tanto da sentirci accarezzati o massaggiati, senza vedere le mani di chi opera. L’Olimpo odierno di Fogliati è più fantasioso di quello mitico. Piero Gilardi (ottimo teorico del suo lavoro e di tutta questa fascia di esperienze) con la scultura elettronica multimediale Vitigno danzante (1989), l’installazione virtuale interattiva Biosphère (2002), e con Rigenerazione (2004), suggerisce come “le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi dell’era informatica rinnovano e ampliano il campo della creatività, sia dal punto di vista dell’espressività, che da quello della sua pratica sociale […] e le arti elettroniche accelerano l’assimilazione culturale dei nuovi codici comunicativi e dei saperi tecnico-scientifici che stanno cambiando la società”. Con Biosphère in particolare Mardi sottolinea come la bioetica sia oggi al centro della nostra vita e della nostra epoca: essa ci parla del fossato che si è scavato tra natura e mondo umano, dei limiti contro cui ci scontriamo quotidianamente con la nostra pretesa di controllare, e spesso modificare, gli equilibri naturali che riguardano cose e persone. Claude Faure, col suo profondo lavoro sulla parola, sul senso e sul suono, pone In evidenza come la voce segreta venga vanificata dalla voce diffusa, che annienta anche quella intima, quella della comunicazione diretta, sostituita dalla voce dell’Informazione, che ha ormai messo in angolo parole di preghiera, parole d’amore, parole d’amicizia, parole umane verso l’altro. In questo mare di chiacchiere alte e basse, o di vuoto Indaffarato, che causa un silenzio passivo attorno all’attività creatrice, solo il poeta e l’artista possono ridare, con un colpo di reni, un nuovo senso alla parola, farla tornare potente, fecondante, come peraltro avviene nell’opera interattiva di Faure La dérive des continents.
Nell’arte come in letteratura, esistono diversi generi di linguaggi, alcuni del quali si prestano meglio di altri a confrontarsi con determinati problemi. Anche il punto di vista può essere diverso. Per esempio si possono esprimere diverse tesi da un punto di vista unico, una tesi ben precisa da punti di vista diversi, o infine tesi divergenti, collegate tuttavia da punti di vista solo lievemente differenti, ma comunque interconnessi. In questa sede si è deciso di affrontare punti di vista dissimili – che comunque iniziano dal post-pop e dal concettualismo – ma interconnessi. In questo caso non credo sia possibile mettere tutte le carte in tavola alla fine del viaggio, per la ragione che esse non sono ancora state interamente giocate.
Questi artisti possono far uso dell’allegoria, della metafora, della prova scientifica, e di altro ancora, ma analogamente essi possono riassumere anche una grande varietà di pensiero: quello critico, quello ironico, quello persuasivo, quello profetico, ma sono sicuramente estranei a due atteggiamenti: quello del dogmatismo autocompiaciuto o della frivolezza autodivorante. Quel che è certo è che, in questa mostra, nessuno si pone il problema del recupero di una natura sacralizzata nella sua integrità, né di una esibita mitologia della corporeità, né, in ultimo, di una nuova alleanza tra scienza e pensiero; l’attenzione è focalizzata sul nuovo esercizio di sentire e sentirsi coinvolti in un’esperienza morale, in una messa in prova di una capacità medianica di percepire le cose, di guidare lo sguardo del fruitore, e, infine, di sentire il bene e il male, da qualsiasi prospettiva, o con molti obiettivi di coinvolgimento di una nuova sensibilità e intensità dei sensi, magari con un preciso interesse per le questioni della vita vissuta, e di quella che vorremmo ancora vivere in un prossimo futuro.
Rimangono tuttavia in noi una certa paura e insicurezza, indotte dal perenne stato di cambiamento, e dal suo ramo sempre più veloce e divorante.