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JANDPEG. Più delle Parole
Curato da Giacinto Di Pietrantonio
Inaugurazione 27, Marzo, 2026, ore 18
J&PEG, d’ora in avanti JANDPEG, è un gruppo artistico composto sempre da Antonio Magano e Simone Zecubi che torna per la quarta volta ad esporre alla galleria Gagliardi e Domke con una mostra intitolata Più delle Parole curata da Giacinto Di Pietrantonio. Il duo artistico, milanese d’adozione, questa volta ha scelto di mostrare la serie di nuove opere, intitolate Transfer, nei locali del piano terra della galleria. Sono 15 opere fotografiche analogiche di medie e grandi dimensioni e dunque diverse per tecnica dalle immagini digitali a cui JANDPEG ci aveva abituato in passato. Si tratta, in qualche modo, di un ritorno alla tecnica iniziale della fotografia in cui l’immagine non può essere, come avviene con la tecnologia digitale, inventata di sana pianta, ma deve stare di fronte all’obiettivo. Come sempre per le immagini e ancor più per quelle fotografiche si tratta di filosofia delle immagini volte a dibattere il concetto di verità, divenuto ancora più urgente in un periodo storico in cui si va sempre più affermando la postverità.
Una questione oggi percepita con urgenza, ma in verità sentita da sempre. Scrive in proposito Di Pietrantonio: “Si tratta di questioni su cui l’arte si divide se pensiamo che una delle riforme religiose più significative, ovvero quella luterana, 1517, che ha prodotto non poche riflessioni sull’arte, estromettendola dai luoghi sacri, a proposito della rappresentazione, per bocca di Lutero, parla delle immagini specchio. Vale a dire che è possibile rappresentare solo ciò che esiste veramente come ciò che si riflette un uno specchio e che quindi sta davanti ai nostri occhi, come in seguito sarà per la macchina fotografica di cui lo specchio è l’antenato. E cosa hanno messo davanti e intorno alla macchina fotografica i nostri JANDPEG?
Il soggetto scelto come protagonista dell’opera è un semplice foglio di carta accartocciato, un oggetto normalmente utilizzato in piano per accogliere scrittura o disegno che qui con un’azione viene prima trasformato in corpo plastico. Quindi la scultura si aggiunge alle possibilità offerte dal foglio, elemento leggero che passa a simulare la pesantezza che nella foto la sfida sfuggendo alla gravità. Diventa così corpo plasmato ascensionale e levitante nello spazio cromatico creato dai JANDPEG con carte colorate per creare il fondo e giochi di luci, facendo così ricorso a quando dice Man Ray: ““La luce può fare tutto. Le ombre lavorano per me. Io faccio le ombre. Io faccio la luce. Io posso creare tutto con la mia macchina fotografica.” Così fanno pure Antonio e Simone, alias JANDPEG, creando opere che, come filosofa Confucio, dicono più di mille parole. Ecco dunque spiegato il titolo della mostra nell’urgenza contemporanea di carpire i segreti e i segni delle immagini nostro nuovo alfabeto, dato che ogni giorno, dati Google, vengono postati circa 14 miliardi di immagini.
