Open Daily 9:30–6:00, Monday Until 8:00

FOCUS ON // Group show

FOCUS ON // GROUP SHOW

DAVIDE MARIA COLTRO, PAOLO CONSORTI, MARIELA GEMISHEVA, PAOLA RISOLI, EVA SCHLEGEL, JELENA VASILJEV

La mostra passa in rassegna sei artisti che hanno contrappuntato in diversi istanti – alcuni lavori risalgono a più di vent’anni fa – l’attività della galleria con una pratica artistica tesa, a volte, a spiazzare i frequentatori delle mostre. Non bastava certo leggere il nome dell’artista per sapere se ci si sarebbe trovati davanti ad un’opera o ad una mostra di fotografia, di pittura, di arte digitale oppure performance. A volte tutto ciò poteva coesistere. FOCUS ON vuole puntare l’obiettivo sulla fotografia, ma lo fa in maniera complessa!

PAOLO CONSORTI, installation view

PAOLO CONSORTI

Pittore, regista, fotografo, performer, artista digitale, Paolo Consorti ha sperimentato ogni mezzo e ha corroborato i suoi lavori con una profonda cultura pittorica, letteraria, teologica, cinematografica che si manifesta però sempre con una robusta dose di ironia. Nella serie Satyricon 2010 (in mostra) Paolo pare che voglia collezionare i milioni di immagini che il nostro mondo produce giornalmente – se ne vedevano già i segnali nel lontano 2010 – per poi setacciarle col filtro di pensatore contemporaneo, credente e a volte scettico, pudico e impunito al tempo stesso, un lettore dell’iconografia del passato e un ironico selezionatore degli accadimenti del presente o futuribili. Portiamoci al 2010, futuribili sono gli angeli che appaiono nei cieli come moderni Droni, futuribile l’incontenibile sfrontatezza di un Presidente USA, puntuale lo sguardo dell’allora Presidente del Consiglio, surclassato dai file Epstein (come farà Paolo un Satyricom oggigiorno?). Che cosa sono i tre Satyricom che trovate in mostra? Fotografia, collage, pittura? Non è Pilatesco dire che sono le tre cose assieme. Vale la pena di sottolineare che riferendoci alle voci fotografia e collage, non dobbiamo dimenticare che si tratta di opere realizzate in anni in cui non entravano in gioco i filtri di oggi né tantomeno l’intelligenza artificiale. Per quanto riguarda la pittura, concentratevi sulle composizioni e lasciatevi guidare dalla luce, socchiudete gli occhi e vi trovate di fronte ad una potenziale pala d’altare barocca. Anche quando Paolo usa i mezzi contemporanei per esprimersi continua ad essere un accademico d’altri tempi, e spesso decide lui di quali tempi, che sperimenta gli strumenti a sua disposizione.

DAVIDE MARIA COLTRO

Anche Davide nasce pittore, ad un certo punto della sua carriera, verso gli anni 2000, cambia tavolozza e i pixel diventano i suoi pastelli Giotto. Smaterializza la tela, teorizza la blockchain e il quadro elettronico diventandone il precursore. Nasce pittore, dicevamo. I quadri che presentiamo, della serie Medium Color Landscape, sono frutto di un sofisticato lavoro di elaborazione cromatica effettuato su degli scatti fotografici di paesaggi che si possono a ragion veduta collocare nella corrente del pittorialismo. Elena Pontiggia in un testo redatto per la collezione VAF dice dei paesaggi di Coltro “sono paesaggi, i suoi, che sembrano dar ragione a certe etimologie, secondo cui il nome deriva da PAK, la stessa radice di PACE. Sono infatti paesaggi sereni, non scossi da intemperie, uragani o altre catastrofi. La tranquillità che comunicano nasce anche dal fatto che sono composti da elementi minimi, come la linea dell’orizzonte, le geometrie degli appezzamenti di terreno, i pochi segni degli alberi e dei boschi. Il cielo, in particolare, è il vero protagonista di questo ciclo di opere: è la loro conclusione e la loro essenza”. Lasciatevi trasportare quindi da questo ciclo di opere nella contemplazione del sublime.

PAOLA RISOLI

Altro caso di artista che percorre innumerevoli vie per approdare alla vidimazione della sua opera. Mossa da un’etica ecologista, raccoglie manufatti industriali (spesso bidoni), li bonifica, apre in essi feritoie col flessibile trasformandoli in un potenziale ventre materno. Proprio allora riempie questi rudimentali uteri o tabernacoli di una vita vera, pur nella totale finzione. Produce con questo atto una scultura? Si, ma a volte è anche una scenografia in cui Paola mette incena lo spettacolo della vita. Per farne ché? Paola potrebbe fermarsi li, ma, attratta da quanto è scaturito dalle sue mani e dai suoi sentimenti, vittima dei concetti che esprimeva Émile Zola (citazione presa anch’essa dal testo di Giacinto Di Pietrantonio di cui abbiamo detto in precedenza): “Non puoi affermare di aver visto qualcosa finché non l’hai fotografata”, caccia l’obiettivo della sua macchina fotografica all’interno dei suoi interiors e scatta, dando vita ad una nuova serie di opere. Vittorio Falletti, nel catalogo della mostra Bidonville proposta in galleria nel 2010 parla di “una bidonville accattivante, che invita a non fermarsi alle apparenze (la durezza e la rozzezza del contenitore) ma andare oltre – dentro – e trovare situazioni inconsuete, spiazzanti, emozionanti. Una bidonville capace di comunicarci che ogni dimensione umana, anche la più povera, marginale e a prima vista fastidiosa, può nascondere una sua speciale bellezza e ricchezza. Così i singoli dettagli esaltati nelle stampe fotografiche, valorizzate dai giochi di luce, generano una tensione estetica intensa e raffinata.

EVA SCHLEGEL

Peter Weiermair, che nel 2004 la presenta in galleria, dice: “alla valanga di immagini esplicite esposte in tv o nelle periferie delle città, Eva Schlegel oppone i suoi schemi aperti, polisemici. Una serie di artisti contemporanei, da Jacobson fino a Richter, si è confrontata con il tema dell’immagine fotografica sfuocata, partendo da motivazioni di volta in volta diverse. Schlegel non si accontenta del gusto pittorico insito nell’immagine sfuocata, i suoi lavori mettono a tema il prodursi dell’irritazione, l’esperienza dell’apertura e dell’indeterminatezza si rivela essenziale.” Nel catalogo della mostra B. Huch dice ancora della Schlegel: “La polarità, l’apparire e lo svanire, la trasparenza e la materialità, l’immagine e l’oggetto, l’astrazione e la realtà: questi sono i temi di Eva Schlegel, il filo rosso che si dipana attraverso tutta la sua opera. Eva Schlegel tenta una pittura nell’epoca della post-medializzazione del mondo, e lo fa senza nemmeno avvicinarsi al pennello.” È difficile sottrarsi all’ipnosi che l’osservazione attenta delle immagini ci induce, il nostro cervello si cala in un’indagine psicologica dei soggetti rappresentati e, a causa del diaframma dilatato, non descritti.

MARIELA GEMISHEVA

In una mostra del 2004, GO EAST!, fortemente influenzata dalle serie di mostre – fantastiche – curate da Harald Szeemann, Francesco Poli diceva della Gemisheva: “La ricerca della Gemisheva si incentra soprattutto sulla critica ironica degli aspetti più eclatanti dell’ideologia della moda, e più in generale delle contraddizioni relative all’identità femminile. L’aspetto davvero singolare e intrigante di questa sua operazione artistica è che lei stessa è una creatrice di moda, che, a suo dire, ha ben poco interesse per la moda, e che, dunque, vive una sorta di sdoppiamento professionale”. Infatti, da un lato Mariela realizza delle collezioni di vestiti e dall’altro, come nel caso della performance Fashion Fire 2003 fa sfilare modelle che si denudano e mettono al rogo i suoi abiti. Coerentemente nella serie fotografica (Out of Myself 2002) (in mostra) si ritrae come modella in circostanze decisamente non convenzionali: cattiva ragazza (che morde un’allusiva mela o che si ritrae in pose che le nostre nonne avrebbero definito sguaiate) o ancora si ritrae come sposa ribelle (che anziché con un bucolico bouquet di rose fra le mani, si riprende reggendo la testa di un delfino in un mercato del pesce). Uno sguardo ammiccante alla potente capacità di protesta che l’universo femminile faceva emergere, da non troppi anni, anche nell’est europeo (siamo agli inizi del ventunesimo secolo).

JELENA VASILJEV

Artista serba, poteva non avere nel sangue la passione per la perfomance ereditata da Marina Abramovic? Si presentò – me la presentarono – Francesco Poli e lo scomparso Luca Beatrice, come una giovane promettente scultrice. Scoprii che la sua scultura – ma non solo, qui vedremo la fotografia – nasceva sempre da un gesto performativo:

  • entrava infatti nella gabbia dei lupi a Belgrado per imprimere nel suo cervello, come in un time-lapse, le loro forme, i movimenti e il dramma della loro cattività, per restituirceli rielaborati in disegni, sculture, filmati, installazioni e performance (Pensavo di essere un lupo, 2006, a cura di Francesco Poli).
  • si esponeva in un Bazar, esibendo il proprio corpo in un mercato tradizionale turco, ponendosi al centro dell’attenzione, in piedi sui banchi, in atteggiamenti scultorei provocatori ed evocativi di celate violenze, per procedere poi a fissare l’atto in sculture, con video, fotografie (Mi chiamo Jelenna Vasljev come chiunque 2011) (in mostra),
  • produceva disegni di abiti e copricapo costrittivi che realizzava poi in juta e gesso, facendoli indossare a coppie di fratelli-sorelle per reiterare, fino a raggiungere la spossatezza, un gesto di “cura”. Il fratello, in quel frangente sottomesso forse per la prima volta alla sorella, ne subiva le premure: la mano della sorella accarezzava e accarezzava con creta liquida il volto del fratello di fatto impreparato a questa espressione di affetto. Anche in questo caso gli abiti, dismesso il corpo contenuto, assumevano il ruolo di sculture in gesso e successivamente in alluminio. Ancor prima, durante la performance il gesto veniva fissato in fotografie (Of three friendly warnings, this is the third one, 2008, a cura di Francesco Poli) (in mostra).
  • Mostra

Add Your Comment

Gagliardi e Domke © 2023. All Rights Reserved Privacy Policy/ Cookie Policy
This site is registered on wpml.org as a development site. Switch to a production site key to remove this banner.