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Le Parole Disperse

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato. 

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. 

Eugenio Montale – Ossi di seppia 

Timore e tremore 

Non indugiare altrove, troverai solo uno struggimento che non sazia. Lasciati divorare dalla fame della parola, di dire la tua presenza nel mondo. 

Il Dio dell’estasi si è fatto avanti, lo scenario si è disgelato, non più gretto e ingeneroso. Lascia le blandizie dell’orgoglio caduco. 

Tiziana Conti

Tiziana Conti

Parole disperse, l’incapacità di comunicare, di trovare una motivazione autentica per uscire dall’inaridimento. Quando il poeta Paul Celan parla di orlo del linguaggio, allude alla volontà di esprimere il senso dell’esserci, di percepire un “puro nulla”, restando sospesi, aggrappati, alla parola. La frantumazione dell’io in una miriade di segmenti, che sono il prodotto della metamorfosi della struttura ontologica, segna il disagio di esistere. L’importanza attribuita all’apparenza, l’annullamento inesorabile del confine tra pubblico e privato, la commistione di reale e virtuale, tanto stretta da non consentire più una opportuna decidibilità, la manipolazione dei rapporti, le ossessioni che nascono dalla reificazione oggettuale, costringono l’individuo a confrontarsi con nuovi parametri, a ricreare il sè infinite volte, seguendo spesso i criteri dell’adeguazione, quando non si tratti di omologazione. Risulta emblematica la poesia di Montale con la quale ho ritenuto di aprire la mia breve riflessione. La parola è contrapposta all’animo informe, a sottolineare lo sperdimento con il quale il soggetto si muove nella realtà: non vi è formula adeguata, non vi è un a-priori che possa spalancare le porte segrete di un’utopia inarrivabile. L’unica certezza è l’individuazione del nostro “non ” essere, “non” volere: un’esistenza combusta, alla perenne ricerca di altro, la stagnazione all’interno di un movimento circolare che si richiude programmaticamente su se stesso. Una oscura elegia che si proietta verso l’assoluto in un mondo mutevole di residui oggettuali. L’essenza spirituale, secondo Walter Benjamin, deve essere definita come essenza linguistica. Essa è quindi comunicabile. Quanto più profondo, reale ed esistente è lo spirito, tanto più esso è esprimibile ed espresso. L’incomparabile del linguaggio umano è la sua rivelatività, la sua attitudine a palesare e, al contempo, a purificare. La perdita graduale del linguaggio, che caratterizza la società contemporanea, ha portato inevitabilmente alla sostituzione dell’esistenza con la funzione. Georges Bataille afferma che “la totalità dell’esistenza ha poco a che vedere con una collezione di capacità e di conoscenze” e precisa che “la vita ha la semplicità di un colpo d’ascia”. Mi sento di aggiungere che anche la parola possiede la stessa, tremenda semplicità. Su queste osservazioni si fonda il progetto della mostra proposta presso il chiostro di S.Domenico e la chiesa della Misericordia, luoghi immersi una dimensione sacrale che si innerva in una spiritualità densa, dove la parola ha una funzione catartica oltre che messianica: la tensione verso un’armonia fondata sul recupero di un “centro” risulta fondamentale. Gli artisti presentati interpretano il tema sotto angolazioni complementari anche dal punto di vista espressivo. Giuliana Cunéaz lavora essenzialmente con il video, medium che si caratterizza per l’immediatezza e la velocità della comunicazione attraverso l’ immagine. L’artista afferma che il video permette di dialogare con il tempo, di scoprire le diverse tipologie di un’istante, di ampliare la gamma dei ricettori o dei sensi. È una sorta di viaggio all’interno di un microcosmo nel quale si colgono al contempo gli aspetti più normali e quelli più inusitati. Il montaggio rappresenta la fase di “coagulazione”, una nuova vita che diviene. Video e installazione sono interattivi e creano un rapporto osmotico con l’ambiente, con lo spazio e il tempo. In un percorso che si snoda sui luoghi inespressi e all’apparenza irraggiungibili della conoscenza, si colloca Domina Ludi, la Signora del Gioco, Diana, Ecate, Erodiade o Iside o Bona Dea (secondo le definizioni). Il richiamo è alla tradizione delle celebrazioni in suo onore, feste notturne, dove l’oscurità era presagio positivo, dove l’idea di rituale

Nulla aveva di un ripetitivo e stanco tributo, quanto piuttosto sottolineava un modo efficace e intenso di porsi in contatto con la spiritualità. La donna ripresa nel video è in comunicazione con forze sovrannaturali che esprimono suggestioni profonde, ha altresì liti legame con il fuoco, elemento purificatore, oi i Iclitea forza di vita. Invocazione, esaltazione i incquietamento, i tre momenti del lavoro, sottolineano un ciclo esistenziale che diviene nel tempo, in uno spazio totale, decantato dalle contaminazioni della terrestrità.

Il “Diario” di Andrea Fogli è costituito da calchi della propria testa in gesso bianco, sottoposti a impercettibili mutamenti, con vibrazioni di luce differenti. La fisionomica diventa una parola recuperata che esprime il gesto, la mimesi, la provvisorietà , il senso performativo. Tutto questo, esperito sul sé, acquisisce un valore paradigmatico, nel fondere e confondere materiale e immateriale, definito e indefinito. Allo stesso modo gli occhi (Atelier), accostati l’uno all’altro, vigili, inquieti, vacillanti, aperti come una finestra sul mondo, e le mani (Rosa dei Vuoti), chiuse, protese, intrecciate, alludono ad un’armonia che si fonda sulle dissimmetrie, sul non detto appieno, su un equilibrio delle parti che è essenzialmente mentale, immaginifico, dove l’eterogeneità diventa garanzia di un universo plurale. Diversi lavori di Fogli hanno titolo Aurora occidentale, a porre in evidenza la dicotomia delicata e,insieme, complessa tra il sorgere della luce o iI tramonto: in mezzo si stende un ciclo vitale che esorcizza i fantasmi della mente. Nel lavoro di Fogli ogni cosa si dipana tra il bianco e il nero, colori assoluti, l’uno metafora della luce, dell’abbacinamento, l’altro del caos da cui tutto diviene, del potere dell’irrazionale, (folla notturnità che è anche momento di riflessione, un interrogarsi sul divenire. La stessa immagine può diventare, quindi, il pretesto di una indagine sull’infinita possibilità di indefinite espressioni, sul fatto che la vita si sostanzia su impercettibili sfumature che danno un senso all’individuo, e che ricordano come la radice della realtà sia l’enigma. Il soggetto è aggrappato all’esistenza, immerso nella “cura” delle cose, in un rapporto labile con la provvisorietà del mondo, nell’abbandono della sicurezza del sé. “Un uomo non è che una particella inserita in insiemi instabili e aggrovigliati”. Le parole di Georges Bataille inducono a riflettere sul fatto che la vita dell’individuo è un coacervo di molteplici possibilità, che spesso si riducono ad un’esistenza isolata, ripiegata su se stessa. Questo è un nodo centrale della ricerca di Marco Porta. Ne La complicità del silenzio barre disposte in modo da formare un parallelepipedo, sorreggono una vasca, al cui interno siedono figure bianche, immerse nell’acqua a mezzo busto. Guardano stranite intorno a sé, quasi a cercare un appiglio, difficile da identificare. Scegliere l’acqua sopra cui camminare è una scultura “aperta”, costituita da forme esagonali. Essa si presenta nella sua decifrabilità solo quando lo spettatore vi si avvicini; i perimetri degli esagoni sono braccia distese, quasi irrigidite, che terminano in mani protese nel gesto di cercare: il tentativo si spalanca sul vuoto inesorabile di uno spazio vitale incontrollato. Nelle opere si evidenzia la dimensione di un silenzio assoluto che da un lato pare inglobare la parola nel nulla, dall’altro può risultare il telos di una purezza epifanica. Allo stesso modo le mosche, disposte sulla tela in Dividere il si dal no, in modo da formare agglomerati magici, paiono un’annunciazione nella quale uomo e natura riprendono un dialogo interrotto da tempo: la parola, in questo caso, diventa una fascinazione che avvince in un respiro di echi.

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