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Da GoRe a Forming 2008-2015

Da GoRe a Forming 2008-2015 – Lorenzo Madaro

«Qualsiasi gesto che muta fisicamente un contesto si può considerare scultura. Un respiro si può considerare scultura perché modifica l’aria che lo circonda. Un contatto è un’azione di scultura, ma non so se la scultura è il prodotto del contatto o se è la mutazione della mano che ha prodotto la forma. A questo punto si apre un quesito: dove sta la scultura? Nell’oggetto colpito dal martello? Nel martello che si è deformato colpendo l’oggetto? O nel braccio che si è modificato per colpire? Sono domande che non trovano risposta. Restano aperte». A sostenerlo è Giuseppe Penone’. Questa riflessione del maestro dell’Arte Povera è da considerare un punto cardinale del fare scultura, un manifesto programmatico (e universale) vero e proprio, che si addice a molte pratiche e a infinite esperienze. Ma non sempre la scultura riesce a relazionarsi con gli spazi, spesso la dichiarazione di un rapporto tra spazio e contesto è solo un facile e pleonastico slogan.
Non è il caso del percorso di Daniele D’Acquisto, che invece ha concepito la maggior parte delle sue opere partendo da questo assunto, spaziando poi verso una pratica che riflette proprio sulle modalità e le connessioni tra elementi, materiali, luoghi e funzioni, riprogettando gli spazi, modificandoli. Una scultura, la sua, che ha inteso agire in un territorio di costruzione, con un metodo di analisi meticolosa di determinati fenomeni della realtà, attraverso registri ed esiti di diversa natura. Adottando gli strumenti della tecnologia, della progettazione minuziosa supportata dall’informatica, D’Acquisto — in particolar modo negli ultimi anni —, ha strutturato un complesso discorso che non riguarda solo i modi e le voci della scultura, ma anche le modalità di visione e percezione degli spazi in cui viene ospitata. Nonostante l’uso disinvolto dei supporti della tecnologia, non ha rinunciato, soprattutto nelle installazioni di un certo impegno, a utilizzare materiali feriali: truciolati, tessuti, finanche brandelli di mobilio, che richiamano la sua memoria familiare e quindi privata.
In queste pagine sono documentati i momenti fondamentali del suo percorso più recente, con ampi rinvii a ciò che è avvenuto precedentemente e al lavoro strettamente attuale della sua indagine ma il nucleo centrale della monografia si concentra proprio su Strings (from 2011), String mini (2012-13), Strings Int (2013), S-Reverse (2014), ovvero sulle diverse declinazioni delle sue Stringhe, il momento più impegnativo del suo lavoro dedicato ai margini e alle modalità di relazione tra oggetti e spazi, materiali ed elementi e spettatore, alla luce di una valutazione che vede la scultura riflettere sui propri medesimi statuti. Emergono principi basilari legati al “reale” e alla scultura, come tensione, peso e corrispondenze biunivoche tra elementi apparentemente estranei. D’altronde il lavoro dell’artista nasce da considerazioni sui multiformi caratteri della materia e sulle regole che la trasfor-mano. Così come ha scritto Alberto Zanchetta in un testo critico di qualche anno fa, “Da anni [D’Acquisto continua a interrogarsi intorno alla zona liminale che separa ciò che è reale (i fenomeni fisici indagati dalla scienza) da cio the e ideale (l’immaginazione esercitata dall’arte). In pratica l’artista intende tradurre dei concetti in oggetti, mettendo in continuità il piano fenomenico con il livello neurologico, perché immaginare o vedere una cosa stimola le medesime aree del cervello». Precedentemente, Francesco Poll ha rilevato un altro punto su cui ha senso ritornare a riflettere, poiché riguarda anche la sua attuale indagine: «i suoi lavori, che sono generatori e stimolatori di visioni cariche di sorprendenti suggestioni estetiche, aprono nuovi territori di interpretazione del mondo reale e di quello virtuale (e della loro interazione). Determinati aspetti si rintracciano già in GoRe, un ciclo nato nel 2008 che propone specifiche tracce audio in tridimensione; sono pertanto opere nate da un’osservazione della realtà che genera significati. Spesso, nella nostra quotidianità, ci troviamo di fronte a fenomeni ordinari, che però possono dar vita a risultati e situazioni inaspettate: in questo caso cia che per eccellenza etereo, il suono, si e tramutato in qualcosa di estremamente tangibile, percepibile con un altro senso, anzi altri due sensi: il tatto e la vista. II suono – che è il risultato della vibrazione di un corpo in oscillazione – e la materia più impalpabile e intensa. Le grandi sculture di GoRe sono state realizzate in legno, materiale privilegiato anche dei suoi lavori più recenti. II titolo del ciclo va ricercato nella Golden record, la registrazione sonora inviata nello spazio nel 1977 in occasione della missione Voyager, che custodiva anche la traccia di Johnny B. Good di Chuk Berry, una nar-razione dilatata delle sfaccettature del mito americano. La traccia, il gesto, tornano in mente le parole pronunciate da Penone riportate in apertura: suono e un portatore sano di scultura, anzi e una forma primigenia di scultura». Prima di questo ciclo, il lavoro di D’Acquisto era orientato su un fronte figurale, sempre sistematico, meditato e visionario, come vedute di Deserti – con immagini tratte da fotografie eseguite in Sardegna – e ritratti di astronauti. La validità di GoRe risiede anche in uno scarto tra la dimensione “reale” e quella metaforica e innovativa del rendere in tridimensione la più impalpabile delle materie. Anche l’installazione composta da pentole in alluminio, acciaio e legno sbiancato, No Dolphin del 2011, e frutto di un metodo legato a uno sguardo intenzionalmente autoreferenziale, un autoreferenzialità che interpella i confini, sollecitando una riflessione sugli statuti delle forme e del vuoto: la batteria di pentole sovrapposte tra loro, nelle sua dimensione ingigantita rispetto a quelle d’uso comune, rivela superfici incavate colmate da profili in legno che ricalcano le forme di residui di liquidi posti precedentemente nelle pentole inclinate. C’è chiaramente un rinvio a un celebre lavoro di Jeff Koons, ma il lavoro di D’Acquisto è più caldo, di radice poverista, come accade in diverse pratiche portate avanti da numerosi artisti della sua generazione, con approc, di partenza — e prospettive, quindi esiti — diversi da quelli scandagliati dal singoli protagonisti dell’Arte Povera. II truciolato ricavato dalla rielaborazione degli scarti della produzione delle sue installazioni, gli tornerà poi utile per Give Up The Ghost (2011), in cui D’Acquisto si confronta con un grande parete, che rielabora grazie a 63 Kg di polvere di legno. E’ una sorta di muro memoriale, un monumento insieme saldo e diafano che raccoglie in sé le tracce di una ricerca persistente.
Persiste quindi l’interesse per una duality costante, intransigente ed esigente, che si riscontra nel 2012 con +/- Space, recipienti in vetro posizionati su mensole oblique, che al loro interno contengono una compatta sezione di legno. Qui la riflessione verte sul modo di intendere lo spazio — negativo e positivo partendo da una concezione esistenziale popolare che considera il bicchiere mezzo vuoto — o mezzo pieno — come metafora dell’approccio alla vita e alle sue tangenze.
II gioco linguistico prosegue e approda così alle Stringhe: strutture in legno che percorrono oggetti e materiali eterocliti, li connettono tra loro rendendoli parte integrante di un corpo che percorre lo spazio, sezionandolo e modificandolo, potenzialmente all’infinito. Ogni brandello di stringa composto da due innesti che si compenetrano vicendevolmente, consentendo così ai moduli di entrare nel circuito infinito dell’opera stessa. Strings (2011-2013) un lavoro molto impegnativo, anche nelle sue dimensioni: si muove con disinvoltura meditata nello spazio percettivo e reale dello spettatore, invadendo i campi dello sguardo, proponendo prospettive e andamenti a volte sinuosi e a volte piu estremi, quasi vertiginosi. Gli oggetti si incuneano al suo interno, adattandosi nei suoi numerosi meandri. Tra orizzontalità e verticalità si sviluppa così un rapporto pregnante tra oggetti di diverse dimensioni, che sostanzialmente tra lore non hanno alcuna connessione, almeno non immediate.
Uno pneumatico, una poltrona vintage ed ancora una trave e un tronco. Sono oggetti prelevati da un immaginario personale, portatori sani di un ricordo legato alla loro provenienza. Ad esempio il comodino che si vede in un altro lavoro di questo periodo, quasi incastonato nella sinuosa forza centrifuga della stringa, e quello della nonna, quindi un “altare” della memoria domestica della sua famiglia. Probabilmente ha attratto l’attenzione di D’Acquisto per le sue forme e non per do che rappresenta nell’immaginario privato, ma in ogni caso il legame — direi quasi affettivo — tra la sua memoria di uomo, e quindi di artista, e l’oggetto “comodino” ha una sua valenza imprescindibile.
Attorno al nucleo “centrale” delle Strings chiaramente ci sono variazioni sulla terra, sempre pere accompagnate da una speculazione che va di pari passo con un alto tasso di meditata progettualità.
E il cambiamento sussiste non solo nello spessore e nella tangenza delle stringhe all’interno della superficie orizzontale in cui si sviluppa l’opera, ma soprattutto nelle dimensioni totali dell’intervento e nei materiali e negli oggetti posti al suo interno. In String mini (2012-13), c’è un pallone da rugby — e qui rientra un altro motivo biografico, il fratello e stato un preparatore atletico dei Panthers Parma — e un attrezzo. In questi casi più recenti le stringhe vengono studiate per accogliere oggetti specifici, che pertanto non devono più adattarsi alle loro forme, stabilendo così una convivenza ancor più integrata. Con Strings Int del 2013, le stringhe di legno sbiancato si relazionano con uno pneumatico, una mazza da baseball, un chiodo: le dimensioni variabili dell’installazione ribadiscono quel principio fondante che fa dell’opera un intervento costante e mobile, perpetuo e potenzialmente illimitato. Con S-Reverse del 2014 c’e uno scarto ulteriore, poiché le stringhe non sono pi6 progettate per contenere specifici elementi, ma oggetti e materiali si incuneano dentro dei vuoti, adattandosi alla loro conformazione spaziale. All’interno D’Acquisto ha posizionato una serie di reliquie di una memoria ancora attiva, e per certi versi inespressa: segatura, blocchi di legno, coperte di lana, brandelli di cartoni assemblati a tavole, contenitori, strati di plastica. Con la loro identità spaziale e la loro consistenza materica, questi elementi slabbrano il circuito, smagliando l’apparente ordine precostituito.
Quelle usate per il concepimento di quest’opera, sono materie elementari, semplici, recuperate dall’artista nel proprio studio. Materie riciclate e riciclabili, che tautologicamente diventano parsentegrante e sostanza necessaria dell’opera stessa.
Perciò le stringhe fagocitano, in un percorso apparentemente lineare, brandelli di realtà e immaginazione, rudimenti feriali e porzioni di spazio assolutamente tangibili, tanto che a loro volta gli oggetti connettono nuove stringhe. Da qui il titolo scelto per l’opera: Reverse. Forming, l’ultimo suo ciclo, si sviluppa su fronti distinti, autonomi ma chiaramente congiunti, tra stampe fotografiche site-specific e interventi precari.
Il recente trasferimento di D’Acquisto in provincia di Piacenza ha costituito un momento rivoluzionario nella sua quotidianità, oltra ad aver comportato il trasloco di ciò che conservava nel suo studio di Taranto, città che negli ultimi anni vive un costante dramma dovuto alla cattiva politica.
L’artista aveva accumulato da tempo un disordinato repertorio di oggetti più o meno comuni, attratto della loro forma o della loro storia anonima e fors’anche banale: il suo nuovo studio si è così popolato di una serie di oggetti e materiali, che nel caos generale sono stati individuati e collocati su una grande parete. Uno pneumatico, un’accetta, una ramazza, un libro aperto ed altro ancora: le dinamiche attraverso cui sono stati posizionati sulla superficie precedentemente ridipinta sono diverse, ma in tutti i rispettano una studiata nomenclature che tiene conto non certo di rapporti di parentela funzionale, ma formale. In ogni caso sulla parete del suo studio, e quindi sulle stampe su alluminio, c’è un oggetto che assume una centralità o comunque un punto di partenza spaziale; da qui si din poi un sistema di nuove coordinate, autonome e al contempo come, all’oggetto originario. Anche in questo risiede la studiata nomenclature del processo generativo nelle opere di D’Acquisto, vere e proprie forme articolate di conoscenza e pensiero, che da autobiografico può diventare comune, collettivo e quindi “politico”. L’esperienza individuate è una metafora di ciò che può accadere agli altri, alle persone che vivono attorno a noi, ma anche un invito a ripensare l’esistenza attraverso una rimodulazione perpetua di ciò che ci circonda, anche un oggetto apparentemente insignificante.
Ma perché Forming? , suggerisce l’artista, facendo poi anche riferimento ai Germs, gruppo punk rock statunitense. Secondo «la band propone per due volte un pezzo, Forming. La prima traccia suonata nel momento in cui, per la prima volta, Ia band imbraccia gli strumenti senza averne padronanza, la seconda registrata a distanza di goal che tempo, quando Ia consapevolezza tecnica si era mescolata all’urgenza espressiva».
Questa dualità si verifica in qualche modo anche nell’opera di D’Acquisto: l’installazione site-specific nel suo studio solo il primo momento della sua nuove indagine. Ad essa sono strettamente collegate le riproduzioni fotografiche di porzioni di parete, poi stampate su supporti metallici evidenziano taluni aloni di colore sulla superficie, quasi delle screziature.
Questo secondo momento della ricerca non un’immagine meramente documentale, ma il prosieguo dell’opere stessa, che in questa fase assume i connotati di un oggetto mobile, un “quadro”. D’Acquisto costruisce pertanto questo nuovo ciclo attraverso un processo, in qualche modo ecologico, di riutilizzo dell’esistente. E questo aspetto chiaramente lo accomuna, anche se per ragioni differenti, artisti attivi dai primi anni Zero, in qualche modo legati a un carattere sperimentale ma anche di recupero di formule e materiali che appartengono alla storia. Si spiegano, così alcune rimodulazioni di forme e materie, la cui radice vanno rintracciate nell’ambito dell’Arte Povera e di altre ricerche di taglio sperimentale posizionatesi in Europa e in America a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta.
Forming è pertanto un progetto in via di definizione, proprio perché rappresenta il punto di partenza per nuove prospettive, dedite a un’osservazione ravvicinata della realtà e di ciò che paradossalmente gli si contrappone.
II processo installativo e la successiva stampa su alluminio non cancellano questa traccia di memoria, it libro aperto appare in tutta la sua dimensione simbolica di ostinato messaggero di concetti ed esperienze, a prescindere dal suo contenuto, dalla sua identity. E accaduto così anche in una mostra recente. Oltre al ciclo delle stampe su alluminio Dibond, in quell’occasione ha proposto due lavori installativi precari site-specific su altrettante pareti della galleria. Ha così connesso tra loro — mediante rigorose scie dipinte su pareti con bombolette spray a pigmenti metallici — reperti della sua memoria privata — ritorna l’anta di un comodino di famiglia, per esempio — e strumenti da bricoleur, come un martello e un chiodo.
Le due pareti sono così divenute un repertorio di combinazioni meditate tra materie e forme, riconvertendo funzionalità ed espressioni in un meccanismo studiato di equilibri e nessi. Ritorna, come nelle stampe Dibond, il grigio, quello dell’acciaio, lo stesso che si respira a Taranto. Solo apparentemente estraneo alle sue investigazioni, ritorna invece con maggiore evidenza it fattore autobiografico, che stimola riflessioni a maglie larghe sul presente di una città in perenne stato d’emergenza. Ma permane anche un coerente legame con tutto ciò che D’Acquisto ha concepito fino a questo momento. Alla orizzontalità dilatata delle Strings, si oppone una necessitante verticality, che assume le dimensioni del “quadro” — nelle stampe — o dell’installazione, sempre nell’ottica di un dualismo linguistico e intrinsecamente concettuale. L’opera di D’Acquisto si conferma così un mezzo di recupero e di riflessione plurilinguistica sull’esistente.

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