Claude Faure: il luogo della parola come senso e forma – Marisa Vescovo
Paradossalmente chi usa intensivamente la parola, come Claude Faure – artista che è partito negli anni Settanta da un concettualismo che evidenziava il valore metaforico e ideologico dei segni – permette che essa ridiventi chiara, leggera, sottolinei i mali della vita senza calcarvi la mano, e diventi, infine, un continuo intreccio di sapienza e stuporosa meraviglia, affondando le radici in quell’umore del profondo che essa porta alla luce della ragione per poi gettarselo alle spalle, esplodendo, contraendosi, diventando un’icona carica di gioco, o, addirittura, creando con se stessa un gioco carico di doppi sensi o addirittura divertendosi a cambiarli. Si possono notare, nella mostra Pas de trois, opere che si legano a significati polivalenti, insieme figurali, verbali, fonetici, per una rappresentazione di un mondo senza centro, premessa necessaria per un pensiero che vuole restare ad ogni costo in presa diretta con la realtà (si pensi ad un opera come Kosovo costruita con timbri su cui è stampigliata la parola urgent, oppure Nous ne sommes pas grand chose, una tela corredata da una lente per leggere, o ancora Opera aperta, una superficie completamente traforata). In questo caso occorre porsi davanti alla scrittura nel tempo rallentato dell’ascolto e della visione, cosicché, dopo l’abuso che abbiamo fatto della parola diffusa, essa ridiventi come nuova, restituita per una volta alla sua origine, e accenda il fuoco dei segni sensoriali e dei loro enigmi. Con l’opera Chaos – un barattolo di vetro pieno di pasta piccola che rappresenta delle lettere dell’alfabeto – Faure propone, nella pratica, il gioco delle lettere-materia che creano una battaglia con la realtà – pasta e le sue valenze: possiamo così constatare che, in fondo, la pittura esiste ovunque, basta cercarla con voluto disincanto. Anche le svariate carte geografiche si presentano cariche di segni topografici che vengono sconvolti da un uragano che si diverte, con metodo, a portare verso un lato gli agglomerati urbani, per dare vita un’unica infinita megalopoli, mentre le zone verdi e i mari si raccolgono verso l’altro a formare un ipotetico paesaggio pittorico. In fondo Faure mette in atto anche qui una arbitraria geometrizzazione della topografia. L’artista, in definitiva, sottolinea lo straordinario contributo della parola a fare figurazione e storia, poiché, aprendo la possibilità di legare il figurato e la figura, dona visibilità alla rappresentazione rende possibile il ritorno alle fonti sia sensoriali, che concettuali, della rappresentazione.
Nel lavoro di Faure troviamo parole che si formano in una mente che ha compreso in profondità il messaggio “altro”, aI di là del detto: esse si ammantano di una specie di alone che contiene anche il nostro non detto. La parola che nasce della reverie, che non rinuncia a significare, ma riverbera anche, evoca e rievoca emozioni-sensazioni-corporeità.
Con l’opera interattiva La derive des continents, ovvero deriva della parola scritta, la parola viene ordinata sullo schermo in un continente arabescante di termini linguistici, che, allocati, si rivelano un corpo lessicale che si anima, diventa Immagine vivente, forma alla ricerca di un senso e di un suo humour astratto, surreale, ininterrotto, che noi stessi possiamo richiamare e vedere danzare e trasformarsi, secondo una logica precisa quanto ironica: un termine come ZOOM diventa un’immagine che si avvicina e si allontana, mentre la parola FRANKLIN si trasforma nel suo “altro Allegorico” cioè in un parafulmine.
Su questo lavoro Faure stesso dice: “Pour aborder ce travail sur le mots imprimés, l’hyperreprésentance, concept défini par Jean Ricardou, fournit un assez bon fil conducteur. En schématisant, on peut dire qu’ily a hyperreprésentance lorsque la forme d’un mot redouble en quelque manière en son sens. Par exemple, le mot « bref » est lui-mème bref. À partir du moment où j’ai pris une conscience plus claire de ce phénomène, je me suis appliqué à rassembler des locutions significatives”.
Forse tutto questo ci dice che esiste una insufficienza del linguaggio rispetto alla vita, in quanto, talora, la parola stessa mostra una forte autosufficienza rispetto alla realtà. Dice M. Cacciari: “Nello sprofondarsi nel segno in quanto tale, si compie la dissacrazione del significato”.