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Carousel

J&Peg CAROUSEL – Angela Madesani

Un uomo sta in piedi su un sasso, alle sue spalle le montagne, sta leggendo. La posa così raccontata potrebbe apparire innaturale, ma l’equilibrio che si viene a creare non è poi tanto precario. L’uomo diviene il personaggio guida della maggior parte dei lavori di J&Peg presenti in mostra. La sua figura appare nelle diverse situazioni. È una sorta di modulo esistenziale. È questa una mostra particolare all’interno del cammino dei due giovani artisti milanesi. È un momento di riflessione ulteriore rispetto a quanto fatto sino ad ora. Come se volessero tirare le somme in un preciso momento della loro esistenza artistica e non solo. La volontà che sottende a tutti i lavori è il confronto con se stessi. Si tratta di una mostra intima, senza dare a questo aggettivo nessuna valenza limitativa, negativa. L’intimità è costituita dalla voglia di scavare nel profondo, di giungere, attraverso l’analisi del particulare, al senso dell’esistenza. L’uomo legge, ma cosa? Non è dato saperlo, ma forse non è nemmeno così importante. Forse il libro della vita, delle esperienze, degli incontri delle connessioni tra le diverse situazioni. Anche qui, come in tutti i loro lavori degli ultimi anni, i diversi protagonisti delle opere sono coperti da un velo che ne smussa le sembianze estetiche. La concentrazione è posta sull’essere uomo nel senso più pieno del termine. I personaggi sono come statue. È come se si fosse posata la polvere del tempo a creare, appunto, una sorta di velo. Il velo di Maya della filosofia indiana, quello del quale parla anche Schopenhauer, ciò che permea i noumeni e li rende fenomeni, nella vanità dell’apparenza. L’uomo è in piedi, immerso tra le forme aguzze delle montagne che si ergono silenti, candide, cristalline, nella loro eternità. Le contingenze passano. L’uomo cammina, viaggia e il viaggio è conoscenza, crescita. È interessante cogliere, in questa nuova serie di lavori, tutti realizzati appositamente per la mostra, il rapporto che si viene a creare tra i diversi livelli cognitivi: il personaggio guida e gli altri sono frutto di azioni performative degli artisti.

Nessun tentativo di personalizzazione, solo accenni, rimandi, agganci possibili, in cui chi guarda è lasciato libero di leggere, Interpretare. E poi la fotografia, stampata su un materiale trasparente, che si stacca dal disegno sottostante. Il disegno come icona e la fotografia come indice, traccia del reale. Fotografia che registra una performance in cui è mimata la realtà.

É come se ci trovassimo di fronte a una figura retorica, a un chiasma, in un cui i momenti si incrociano. Nei diversi lavori il tempo sospeso, non vi sono riferimenti ovvi. Le persone si incontrano e si creano così delle connessioni.

In mostra è, quindi, una serie di grandi lavori su toni del bianco, sempre con il plexiglass e i disegno. Un uomo, pare un sacerdote, ma non importa di quale culto, è in piedi. Dietro, disegnato, è un dettaglio architettonico (1). Si respira un’aura di sacralità. È un lavoro costruito attraverso la luce. Fotografia scrittura di luce in senso filologico.

La luce in un’immagine come questa è spiritualità, come nell’architettura antica. Così nelle parole dell’abate Suger, citate da Panofsky, a proposito della bellezza mila luce, ai prodromi del gotico. Il disegno sottostante rimanda alla dimensione del ricordo, che appare e scompare a seconda dei momenti. Lontananza e vicinanza in cui non è sempre una logica cronologica, come quando si diventa vecchi. Qualcosa, qualcuno è a fuoco, altri meno. In un altro lavoro un uomo, in piedi, con il cappello in mano, ha alle spalle un gruppo di ragazze di un tempo altro. Chi sono: colleghe di lavoro? Amiche? Forse tra loro c’è la compagna di una vita? 3 forse un amore lontano? Chi può dirlo? iella di J&Peg non è un’operazione di svelamenti. Accenni, rimandi, storie sospese. n un altro lavoro due figure hanno alle spalle un gruppo di ragazzi. Parrebbe una scolaresca. n un’altra un uomo con un cappello di foggia militare, ha alle spalle una scena di distruzione, sono le contingenze esterne che condizionano la vita di ciascuno.

I personaggi protagonisti dei lavori sembrano fare parte di una dimensione classica. Dove per classicità si intende una sorta di eternità dei sentimenti, delle forme, dei rimandi. Così Fidia, Canova, certo Paolini o i drammi esistenziali di Dostoievski. In tutto questo è un forte legame con le ottanta diapositive proiettate da un carousel, che costituisce un’altra parte della mostra. Quelle proposte sono immagini della memoria: le storie personali di Antonio Managò e di Simone Zecubi, delle loro famiglie. In fondo potrebbero essere la storia di chiunque. La memoria personale si fa memoria collettiva. Lo sguardo verso l’altro aiuta a capire se stessi. In mostra sono anche cinque lavori in cui la tipologia di realizzazione è quella alla quale J&Peg ci hanno abituati con i bianchi e i neri. È ancora presente il personaggio guida. Qui è con un gruppo di uomini. Il rimando evidente è alla famosa foto che ritrae i più importanti esponenti del Futurismo: Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni, Severini. Lui è uno di loro, ha partecipato, ha vissuto un’esperienza fondante per l’arte italiana e non solo delle prime avanguardie. Altre due foto in mostra ci rimandano a dei gruppi. Professori di una prestigiosa istituzione scolastica inglese colti in una posa ufficiale? O i protagonisti di un vertice politico? Economisti ritratti in una foto ricordo? In un altro lavoro l’uomo guida è nello studio di un pittore, lui stesso è in posa per farsi ritrarre. La posa pare quella che veniva utilizzata negli studi fotografici degli esordi ottocenteschi della fotografia. Anche qui il gioco di rimandi è chiasmico. Pittura, fotografia e viceversa. E quindi la sedia, una vecchia sedia dalla quale potrebbe partire tutto. Sulla seduta è posato un cappello. È un’assenza, che, implica, tuttavia, una presenza, di chi è stato, di chi non sarà più o che forse tornerà ad essere, proprio come nella grande commedia umana che ogni giorno ci è dato recitare.

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