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Fifteen

Fabio Viale intervista Pietro Gagliardi

V. È da più o meno quindici anni che ci conosciamo, ma forse no, non sono sicuro di conoscerti e soprattutto non ricordo veramente come ci siamo conosciuti.

P.G. Nel gennaio 2003 aprivo la galleria, pochi mesi e avrei compiuto i sessant’anni. Un parto tardivo con un background men che minimo per affrontare il mestiere di “mercante” come Gian Enzo Sperone ama definire il lavoro di gallerista raccattato con la frequentazione sporadica di alcuni vecchi compagni di un unico anno di liceo artistico da me frequentato nel ’60. come Gilardi e Nespolo.Ero consapevole che non sarebbe stata questa liaison con i due vecchi compagni a mettere le ali alla galleria. Avevo invece l’ambizione di scoprire giovani talenti.Mi era chiaro che le ragioni anagrafiche mi avrebbero imposto di bruciare le tappe nel tentativo di ricavarmi uno spazio nel mercato. Nella mia testa avevo la certezza che l’aver domato schiere di creativi pubblicitari portandoli ai vertici della pubblicità italiana mi avrebbe consentito di confrontarmi con molti artisti giovani con i quali, gradualmente e lavorandoci su, sarebbero emersi i punti di tangenza con la mia visione.Che fosse poi una visione o un tarlo non lo so, sta di fatto che dalla pubblicità avevo imparato a considerare la forma, il saper fare, il controllo della tecnica, la narrazione, tools fondamentali per esprimersi e comunicare col pubblico. Con la galleria, la scelta degli artisti o delle opere, non seppi fare diversamente. Conseguenza? Alcuni curatori e colleghi misero presto a nudo questo mio tarlo concludendo che con una simile lontananza ma diciamo pure ignoranza – dai linguaggi contemporanei non avrei dovuto permettermi di gestire una galleria. Questo bisogno tutto personale di utilizzare filtri quali talento, tecnica, capacità di narrare, per individuare un artista o per apprezzarne i lavori è sicuramente all’origine del nostro incontro.

V. Si, ma come ci siamo conosciuti? O meglio, come sei arrivato da me?

G.   Vagavo per mostre e per rassegne alla ricerca di giovani artisti, sempre più sconsolato dalla mancanza di opere che, senza un’adeguata immersione nelle turbe dell’artista, riuscissero a comunicarmi qualcosa, a trasmettermi un’emozione o, in mancanza di emozioni, a indurmi al rispetto. Quando avessi trovato un lavoro che mi facesse dire “tanto di cappello!”avrei probabilmente cercato di instaurare un rapporto col suo autore.Fu a “Nuovi arrivi”, una rassegna che annualmente dava evidenza ai lavori dei giovani dell’Accademia Albertina che mi imbattei in una grande parete a specchio su cui erano appoggiati degli aeroplanini di carta. Bella formalmente. Quando mi avvicinai incuriosito a cercare il nome dell’autore mi resi conto di essere caduto nella rete, che non si trattava di aerei di carta bensì di marmo. La leggerezza con cui l’artista giocava con la percezione della gente avvicinandola col suo talento anziché respingerla come avrebbero preteso i dotti del contemporaneo – mi incuriosi punto tale che, tornando in galleria, chiesi alle mie assistenti di cercare l’artista. E cosi che, dopo una telefonata, venisti in galleria. Non conoscevo nulla di te. Scoprii che avevi fatto già cose notevoli, come il varo di una barca di marmo sul Po, e trovai interessante che un giovane fosse capace di investire su se stesso tanta energia e tante risorse. Da ex manager pensai che esistessero le premesse per fidarsi della tua potenziale crescita; da comunicatore, trovavo che i filtri che abitualmente utilizzavo per fare le mie scelte, trovavano numerose risposte nella tua ricerca.

Non è mai stata mia abitudine invitare la gente a fidarsi di me o incoraggiarla a percorrere strade perché a me sembra che abbiano talento per percorrerle. Al contrario, per anni in pubblicità ho fatto ricorso alla tecnica della dissuasione: “sei proprio convinto che vuoi fare il creativo?”. “Guarda che devi farti un mazzo tanto! Dimenticati la ragazza, la discoteca le vacanze”. “Preparati a prendere secchiate di merda da clienti che credono di saperne più di te”. “Se sei fortunato, al più trovi un direttore creativo che ti straccia il lavoro e, in quel modo, ti salva da umiliazioni maggiori”. Chi, al termine del colloquio, continuava a pensare: “è proprio questo il mestiere che voglio fare e non c’è ragione al mondo che possa farmi desistere”, poteva forse esser da me preso in considerazione.Sono sicuro che anche con te, mentre da un lato ti chiedevo se avessi avuto interesse a iniziare una collaborazione con la neonata galleria, dall’altro ti mettevo in guardia dall’accettare. La galleria non era una classica galleria, il gallerista non aveva il giusto retroterra, insomma, di argomenti per dissuaderti dal percorrere una strada in comune ce n’erano e avresti dovuto infine capire che non c’era trippa per gatti. Non eri un gatto. Mi avevi informato che avevi la possibilità di iniziare la tua carriera con Tedeschi, che avevi conosciuto prima di me, non so quale fosse il motivo per cui decidesti che GAS potesse essere la tua galleria.

V. Avevo visto un approccio alla comunicazione della tua galleria inconsueto: manifesti con gli artisti o curatori in primo piano, un nome che esprimeva energia: GAS. Fui un po deluso quando lo trasformasti in acronimo di Gagliardi Art System, ma questo successe dopo la mia prima personale in galleria.

P.G. Non te l’ho mai chiesto, ma ho sempre sospettato che avessi scelto la galleria per il nome, non per il valore del nome, ma perché su GAS prendeva forma nella tua mente un’immagine che ti sarebbe piaciuto realizzare e che alla fine riuscisti a fare. Era l’invito della tua prima mostra “Kick-Starter”. C’era uno zerbino fatto con uno pneumatico schiacciato, a modi zerbino appunto, con su incisa la marca “Goodyear”, appoggiato per strada al fianco di un tombino di quelli che costellano le strade di Torino con su scritto Gas. Ecco, secondo me non avevi altra motivazione per lavorare con GAS che soddisfare la necessità di realizzare quell’immagine che altrimenti non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere. Se trovo da qualche parte qualche invito me lo firmi, quella è un’opera tua al pari di tutte le altre. Del passaggio a Gagliardi Art System ti dico dopo, ma magari non vale la pena.

V. Tanta fatica a scolpire il marmo e poi tu mi consideri un invito un’opera d’arte al pari delle altre? Non so se offendermi.

P.G. Dai che in fondo sei lusingato, comunque di storie attorno alle tue opere ne ho vissute tante fin dall’inizio. Ad Artefiera era il primo anno in cui mi presentavo e avevo uno stand di dimensioni contenute, il corridoio davanti allo stand era sempre gremito, la gente col passa parola si sollecitava ad andare a vedere lo stand di GAS, che presentava delle cose mai viste. Fra queste svettava un tuo piccolo lavoro, “Piacere”, un rotolo di carta igienica con impresso o stampo delle dita dell’utilizzatore, in marmo naturalmente. Facemmo sold out? No! La prima volta che ti presenti in una fiera nessuno ti dà fiducia, in compenso se con i lavori che presenti ostruisci il passaggio perché la gente si affolla per vederli… l’anno successivo, invece di stenderti un red carpet, gli organizzatori evitano di ospitarti in Fiera affinché il tudo show non disturbi i colleghi. Fu proprio al ritorno da quell’Arte fiera che trovai la galleria completamente occlusa da un tuo lavoro.  Mi avevi congedato prima della partenza per Bologna dicendomi di stare tranquillo, che avresti provveduto tu ad installare la mostra in programma. Unamatassa di corda marina la cui base a stento lasciava libero un passaggio per raggiungere l’ufficio, e un palloncino di marmo del diametro di un metro con un astronauta appoggiato al vano vetrina che si affacciava sui portici di corso Vittorio, costituivano, assieme ad un monitor che raccontava una storia improbabile e ad alcuni ritagli di giornale, l’installazione del “Palloncino aerospaziale”.

Ancora una volta ti destreggiavi fra peso-leggerezza e vero-falso. La ricerca era ribadita anche dalla presenza di Άhagalla”, la barca di marmo con cui avevi solcato le acque del Po. Ora non voglio raccontare tutta la mostra, che peraltro tu e molti che ci leggono conoscono bene voglio però ricordare in quella mostra l’esordio di “Infinito” e di come ti ingegnasti affinché il visitatore cadesse preda totale della tua capacità mistificatoria inserendo all’interno del marmo, perché di marmo nero si trattava e non di gomma, una polvere appositamente preparata per far sì che spandesse odore di pneumatico. “Infinito” è certamente uno dei lavori più iconici della tua produzione artistica. Mi piace ricordare che quell’ “Infinito” fu acquistato da un collezionista di grande rilievo nella storia del collezionismo italiano: Marcello Levi.

F.V. Ho sempre guardato con attenzione il lavoro della galleria, a volte trendy ma a volte ho ‘impressione che tu ti perda a seguire delle direzioni poco produttive o che, pur sembrando promettenti, poi si esauriscono per mancanza di mercato. Ad esempio ho l’impressione che tu non faccia la mossa determinante inserendo qualche artista affermato che potrebbe tonificare la galleria. Ogni artista ha la sua corte di collezionisti che, in quel modo, potrebbero avvicinarsi alla galleria. A me sembrerebbe un’opportunità. Tu sembri ignorarla.

P.G. Ho scelto un percorso che avrei dovuto capire che può permettersi di intraprendere solo un gallerista trentenne, me ne rendo conto. Per far quello che dici tu bisogna essere dei bravi PR, dei bravi mercanti, avere il pelo sullo stomaco, evitare che presentando artisti già affermati il tornaconto sia tutto per gli artisti e per le gallerie che li trattano da più tempo. Ma, se mi parli di investimento a lungo termine, hai ragione. Puoi guadagnare qualcosa in visibilità e contatti, e qualcosa però ti perdi in soddisfazione. Gli artisti affermati non sono figli tuoi. Non stiamo però celebrando la fine del percorso, ma una prima tappa che abbiamo avuto il piacere di percorrere insieme. Come sai, anche la galleria si è evoluta, con l’arrivo di nuove figure che forse, o senza forse, naturalmente finiranno col modificarne l’approccio.

F.V. Una volta mi hai detto che avevi incontrato Elena Geuna, che ti aveva fatto delle proposte interessanti, ma che avevi deciso di far di testa tua. Non sei pentito?

P.G. E un po’ lo stesso tema. Marco Silombria, che tu hai conosciuto come artista, era stato mio socio in CGSS, un gruppo creativo fondato nel ’68 – che, col tempo, col nome di BGS, sarebbe diventata la terza agenzia di pubblicità nel mercato italiano – quando seppe della mia intenzione di aprire una galleria si adoperò molto affinché questo avvenisse sotto i migliori auspici. Mi presentò Peter Weiermaier, direttore del MamBo, che curò alcune mostre, e anche Elena Geuna, che secondo Marco aveva il giusto talento per fare un percorso assieme a me Elena mi fece alcune domande circa le mie intenzioni e trasse, facendo ricorso al suo miglior tatto, la conclusione che non sarei arrivato da nessuna parte. “Ti posso portare Cattelan”, mi disse, iniziando così troverai/troveremo la strada spianata. Ora so che non era una boutade, e che sono stato un’idiota a non cogliere l’opportunità. Tuttavia la traiettoria da lei ipotizzata non sembrava corrispondermi… ed eccoci qua.

F.V. Nei primi tempi hai fatto molto per convincermi a uscire dallo schema del piccolo cabotaggio economico, della pratica che sfama o affama gli artisti giovani col passaggio del soldo brevi manu. Capito l’insegnamento, mi sono ritrovato a poter dialogare con le banche, ad acquistare casa, ricordo di avertelo riconosciuto pubblicamente quando ho inaugurato casa mia qui in Barriera. Dopo il mio arrivo, in Barriera sei venuto anche tu con la galleria,incuneandoti fra il mio studio e la mia abitazione. Come consideri l’aver lasciato il centro?

P.G. Non è una stata iattura, ma Barriera nel 2010, quando decisi il trasferimento della galleria da corso Vittorio, sembrava in procinto di svilupparsi e invece sta iniziando a trasformarsi solo ora. La crisi ha rallentato gli entusiasmi e solo negli ultimi due tre anni si è insediato il MEF, più recentemente EDIT.Certo il lavoro installativo o di scultura qui è nel suo spazio migliore, forse il migliore di Torino. E i visitatori, quelli che hanno scoperto che ci siamo trasferiti, si trattengono più tempo in galleria e puoi più facilmente conversare con loro. Parlando del tuo studio, mi viene in mente la tradizione degli studi rinascimentali. Maestro e allievi a spartirsi i compiti. Credo che tu sia un bravo insegnante (lo hai fatto anche all’Accademia). Qua e là, in giro per mostre e fiere, si vedono tracce del tuo insegnamento. Ricordo di averti parlato di dare una prospettiva più definita a questa tendenza e di aver portato, ad esempio, J. Van Lieshout e l’Atelier Van Lieshout, che penso sia nato dall’esigenza di contornarsi sempre più di giovani talenti. Forse era una stupidaggine.

F.V. Hai voglia di parlarmi di qualche critico di Torino?

P.G. Non veramente. Apprezzo Janus, mi appassiona Poli quando illustra una mostra, Curto da sfogo alla sua conoscenza enciclopedica curandosi dell’antico più che del contemporaneo e per me è un peccato, poi ci sono pochi amici sostenitori e qualche (no, nemico no) indifferente o sprezzante, c’è che magari non ha mai messo piede in galleria, così posso sempre illudermi che, se un giorno… Idem per i direttori dei Musei. La Vescovo, so che qualcuno si tocca gli attributi, è morta ed è un peccato, perché era una competente con cui potevi, dopo averla lasciata sfogare sui suoi malanni, dialogare di arte contemporanea amenamente. Apprezzava la galleria per partito preso, credo, poiché entrambe provenivamo da Alessandria.

F.V. Raccontaci alcune esperienze fieristiche. C’è qualche aneddoto che ricordi?

P.G. In Italia il pubblico all’inaugurazione incontra gli amici e chiacchiera, la domenica va in fiera come si va in un Museo il giorno in cui l’ingresso ai Musei è gratis, qua e là vedi qualche collezionista, e il venerdì le fiere si riempiono di scolaresche. Quelli che ti chiedono un prezzo lo fanno per curiosità, se sono collezionisti ti chiedono subito se l’artista è passato in asta, di lì parte la trattativa. Se l’artista è uno come te, che fa lavori che chi li compra se li vuole tenere, sei fregato. Oppure girano con gli appunti, diretti allo stand dove sanno di trovare un’opera che hanno visto a casa di un loro amico, ma proprio la stessa, ignorando tutto il ben di Dio che sta loro attorno. Le emozioni, gli slanci e le pulsioni davanti a un capolavoro? Non più, in Italia non più. Non in fiera.  Diversa la capacità, che puoi trovare in America, di porsi in maniera aperta e ricettiva di fronte a un’opera. Vedi la gente cercare e appassionarsi e fidarsi del proprio intuito, magari questo comporta che facciano delle scelte che non condivideresti mai, ma in quel paese l’istinto ha il suo ruolo. Anche senza la disponibilità economica ti lasciano un apprezzamento sulle opere, sull’artista, su quel che capiscono della galleria. Ricordo un uomo (un armadio) che lavorava all’allestimento di una fiera, che ogni giorno della fiera veniva con la sua numerosa famiglia a mostrare i suoi sforzi e il tuo lavoro (si trattava dei primi torsi tatuati e del braccio del David) e alla fine mi disse che era stato un piacere enorme per lui vedere un lavoro finalmente comprensibile e con tanta qualità. Ma anche in Francia e Germania è capitato qualche episodio interessante. Un giornalista di Le Monde” parlò di un lavoro visto in fiera, fatto da un artista che col marmo poteva fare tutto quel che voleva – stava parlando di te e della “Pietà”- e il giorno dopo una signora si mise a girare attorno alla tua opera per oltre un’ora e, alla fine, scoppiò in lacrime. Lo stesso lavoro in fiera a Berlino aveva frequentissime visite di artisti giapponesi, spesso accompagnavano (è un eufemismo, in realtà li trascinavano per le orecchie) i loro galleristi per mostrare loro come si lavora. Come si lavora in Italia, merito tuo, ma un po’ era riferito anche alle scelte della galleria.Ricordo che ero in viaggio per Basilea e, al telefono, mi rifiutai di vendere una “Gioconda che pure avevo, e che stavo portando in fiera – a un collezionista che l’aveva vista a casa di un altro collezionista. Ci sarebbe stata una concentrazione anomala di “Gioconda” in un kmq. Insostenibile.

A Basilea non esposi il pezzo per non esser preso in castagna dal collezionista a cui avevo raccontato di non averla più. Morale: non sono capace a vendere, ma sono bravo a non vendere.

F.V. Le aste?

P.G. Oramai sono le protagoniste principali del mercato, ma sono un danno enorme per la cultura. Se loro dominano, le gallerie soffrono. Se loro vendono, si tratta solo di artisti di primissimo piano e spesso defunti. Se le gallerie crepano e le aste tutelano i loro interessi, chi si interessa di promuovere i giovani artisti, chi fa una presentazione organica del loro lavoro in modo che possa essere letto in maniera esaustiva?All’estero ci sono musei che, istituzionalmente e almeno un volta all’anno, presentano rassegne di artisti, magari anche non più giovani, ma che operano nel territorio. Qui un’attività simile sarebbe tacciata di provincialismo. Stando così le cose, consiglieresti a un figlio di tuoi amici di fare l’artista?

F.V. Ritorniamo a parlare di me, del mio lavoro, hai qualche ricordo di “Souvenir”?

P.G. Ricordo un carissimo collezionista, grande appassionato del tuo lavoro, poi diventato amico comune, che mi chiese durante l’inaugurazione se poteva restare accanto alla “Pietà”. Restò oltre due ore a meditare: “posso permettermela?”, concludendo poi che no, non poteva. Me lo comunicò con gli occhi lucidi, si inumidirono anche a me. La comprò Sperone, ma rimase a Torino. Con Sperone iniziò una collaborazione non fitta ma costruttiva, che sfociò nella tua mostra a NY. Ricordo che mi chiamasti una domenica mattina, dieci giorni prima dell’inaugurazione di “Souvenir”, per chiedermi se avevo un artista che potesse subentrare alla tua mostra perché avevi rotto “Flat Line”, il pezzo che avrebbe dovuto occupare la stanza principale della galleria. Passai una brutta domenica, immagino anche tu, ma il lunedì mi richiamasti dicendomi che fortunatamente, avevi trovato un pezzo di marmo adatto e avresti potuto rifare il lavoro lavorando giorno e notte. Incredibile. Mi venne da pensare che sei una roccia, in questo caso sei di marmo. Ricordo che in galleria entrò a fatica “Ahagalla II”, più grande della prima e soprattutto predisposta da un maestro d’ascia per solcare acque anche tormentose.

F.V. Ricordi “Ahagalla” all’inaugurazione della Biennale di Venezia, sul canale dell’Arsenale?

P.G. Tu, con Gian Enzo Sperone e con GAS. Un sodalizio che portò “Ahagalla II” a solcare le acque del canale dell’Arsenale nel giorno dell’inaugurazione della Biennale di Venezia, in seguito fu esposta al museo Navale. Hai da qualche parte una foto dell’Ammiraglio in alta uniforme che avvia la tua barca appena calata nelle acque? Io ricordo che si vedevano i i flessi dell’acqua attraverso il marmo, e nel contesto di Venezia era emozionante.Ma parlando un po’ del tuo lavoro, non posso non ricordare “Cavour” con la ricerca del sosia e la statua finita al Quirinale. In piedi e senza piedestallo, come sarebbe giusto che fossero gli statisti. Retti servitori del popolo. Oggi, se mettessi al Quirinale un piedestallo senza statua, sarebbe sempre affollato da egocentrici uomini (pseudo)politici. Così come indimenticabile fu la mostra da Sperone a New York, nella nuova galleria progettata da Norman Foster, la mostra al Museo del Novecento a Milano, e i premi, il premio Henraux, quell’ “Arrivederci e grazie” che troneggia ora nell’atrio della galleria e il premio Cairo con quel meraviglioso pezzo “La Suprema” che, a mio avviso, si colloca con prepotenza nell’arte pop.

F.V. Dimentichi qualcosa…

Р.G. Più di qualcosa, però sarebbe imperdonabile non ricordare “Opera Rotas “e l’annunciata performance “Torino-Milano”, che si rubò la scena dell’inaugurazione della notte di apertura collettiva delle gallerie milanesi. Fu esposta da Rubin e fu la tua prima personale a Milano anche se Rubin non ti dedicò che uno spazio di ricerca normalmente dedicato ai giovani artisti in gestione all’amico Paolo Galli.

F.V. San Pietroburgo, Mosca?

P.G. A San Pietroburgo furono dei grandi comunicatori. Il titolo della mostra poteva apparire persino banale, per i russi, e in particolare per gli abitanti di San Pietroburgo fu un richiamo irresistibile. “Fabio Viale. Marmo”. In una città costruita da italiani, con un museo, l’Hermitage, pieno zeppo di statue di Canova, marmo e un richiamo quasi ancestrale. All’inaugurazione al Loft Project Etagi c’era una folla quasi incontenibile, all’epoca non si facevano ancora i selfie, ma le foto di ragazze-russe-quasi-modelle con i tuoi lavori si sprecavano. Tu fosti catturato da una quantità di telecronisti che si mettevano ordinatamente in coda per intervistarti, e la mattina dopo ancora, con quelli che non erano riusciti a passare manco fossi stato un medico. L’inaugurazione fu preceduta dal varo della barca sulla Nieva. Non potendo credere alle leggi della fisica e non credendo che la barca potesse galleggiare, gli organizzatori fecero trovare al momento della navigazione un certo numero di sommozzatori sott’acqua, pronti ad intervenire in caso di naufragio. Della mostra da Garage a Mosca, invece, devi dirmi qualcosa tu se vuoi, perché io non potei esserci, la conosco in fotografia, naturalmente conosco i pezzi presentati uno per uno, ma non l’ho vista. Andai invece in fiera a Mosca, ma di quella fiera ricordo due cose: la difficoltà enorme per superare le pastoie burocratiche della Dogana e per contenere i costi doganali, e poi le mani dei russi e delle russe che non potevano esimersi dal toccare i tuoi lavori. Avevo in mostra una delle prime “Gioconda” realizzata in marmo bianco, che sembrava polistirolo, e le mani che la tormentavano come a voler portare via un frammento di polistirolo erano un incubo. Tra l’altro è li che conobbi Christian Domke (un tedesco alessandrino presente in fiera a Mosca a rappresentare Ralf Kaspers).

F.V. Dimmi qualcosa che non ti è piaciuto.

P.G. Nemmeno morto. Però voglio ricordare un fallimento, con la speranza che un giorno abbiamo il coraggio di mostrarlo perché non c’è nulla da vergognarsi a tentare e fallire o con l’auspicio che prima o poi ti sia possibile portare a compimento il lavoro. Si tratta della gigantesca bambola-robot-pattinatrice che avresti voluto far pattinare prima al Parco Dora e poi in galleria. In previsione di ciò svuotai (in realtà Christian svuotò) il magazzino. Sarebbe stato uno spettacolo sorprendente, ma qualche problema tecnico ci tolse il piacere.

F.V. Dimmi due parole su quest’ultima mostra. Conosci Young Signorino? Sono convinto che non ne hai mai sentito parlare, perché non credo che tu frequenti Instagram.

P.G. La mostra “Fifteen” è un’opportunità unica per vedere gli ultimi tuoi lavori appena di ritorno da una mostra alla Glyptotek di Monaco di Baviera dov’erano in dialogo (o sfidavano?) i capolavori del museo. Ma e anche una possibilità di vedere alcune grandi opere dei primi anni del tuo percorso artistico, recuperate a fatica dal mercato per renderle nuovamente fruibili a un collezionismo che in quegli anni non ti conosceva ancora. Non si tratta di una vera retrospettiva, ma tanti masterpieces così è difficile vederli esposti in contemporanea. Per l’occasione l’esposizione si sviluppa infatti su una superficie di circa 700 metri quadri. Me lo dico da solo: “Fifteen” potrebbe essere definita una mostra museale.Non manca poi la cucina dell’ultimo minuto, vedo che stai preparando una testa del David perché vuoi metterla in mostra. “È qui che entra in gioco Young Signorino, vieni qua”, mi dice Fabio impugnando lo smartphone e scattandomi una foto, poi si fa un selfie e mi mostra le nostre facce che risultano tatuate. “Ora siamo un po’ Young Signorino anche noi e in tempo per l’apertura della mostra sarà anche Young Signorino il David che sto facendo”. Provi così ancora una volta la tua capacità di collegare passato remoto a contemporaneità, come pochi altri artisti. E sei nuovamente tu ad illuminare il gallerista su cos’è contemporaneo.Così scopro che Signorino sta montando come celebrità su Instagram, dove presenta le sue performances, definendo performance anche lo sfoggiare una faccia tatuata. Nello spirito contemporaneo della condivisione in rete una app consente a tutti di fregiarsi virtualmente con gli stessi tatuaggi. Lo vedremo performare durante l’inaugurazione, sono curioso.

F.V. Parlami di me.

Р.G. Nome: Fabio. Cognome: Viale. Anni: 43, Donne: Alice, Celeste e Viola. Lavoratore (stai visibilmente male quando non puoi lavorare). Finto calmo. Visionario (quindi poeta) che si maschera da rude. Sicuro di sè, forse arrogante (magari solo timidezza repressa).  Forse è meglio che smetta, se tolgo la prima riga di quest’ultimo paragrafo, sto facendo il mio ritratto.  Chiedo scusa.

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